Venezia rinascimentale, tra musica e pittura

Lo sguardo di un uomo anziano, dalla sinistra della tela, sgretola il muro immaginario che insiste tra lui e me che lo osservo. Ma i personaggi che mi ritrovo davanti e che occupano la scena sono tre. Oltre al vegliardo, un ragazzo e un giovane uomo. Il giovane rivolge lo sguardo a un foglio, sul quale sono vergate due righe di pentagramma. L’uomo alla sua sinistra gliele indica. Gliene rivela, evidentemente, il contenuto.

L’opera è di Giorgione, pseudonimo di Giorgione da Castelfranco [Castelfranco Veneto 1477 – Venezia 1510], artista tra i più importanti della scuola veneta. Il dipinto in oggetto, un olio su tavola di pioppo risalente al 1500-01, è conservato alla Galleria Palatina di Firenze ed è soprannominato “La lezione di canto”.

Giorgione, “Autoritratto come David” (1509 ca.)

Sulla figura di Giorgione aleggiano misteri ed enigmi ancora oggi non del tutto soluti. Accennarvi basterebbe, probabilmente, a riempire questa pagina. Ma questa, ormai lo si sarà capito, non è una rivista d’arte. E quali sono, allora, le attinenze musicali rispetto a Giorgione o a questa raffinatissima opera?

Sembra, a quanto si legge in diverse interpretazioni critiche della tavola, che qui Giorgione intenda rappresentare lo stesso uomo nelle tre principali fasi della vita: l’età della giovinezza, della maturità e, infine, della vecchiaia. Ma c’è di più. Nei volti dei personaggi laterali pare vi siano i ritratti di due figure fondamentali per la storia della musica occidentale. L’anziano alla sinistra, che idealmente guarda chi lo sta guardando sarebbe, in realtà, Adriano Willaert, fiammingo trapiantato in Italia, maestro di cappella in San Marco e istitutore della scuola veneziana. Dall’altro lato, l’uomo adulto che tiene la lezione di canto al suo giovane allievo sarebbe Philippe Verdelot, collaboratore di Machiavelli a Firenze nella messinscena de “La Mandragola”, sincero estimatore del Savonarola, figura chiave per lo sviluppo del madrigale in Italia.

Philippe Verdelot, nell’opera di Giorgione

Philippe Verdelot [Les Loges 1480-85 ca. – ? 1530-52 ca.] è stato un compositore francese del Rinascimento, considerato uno dei principali pionieri del madrigale italiano. Poco si sa della sua giovinezza e delle sue origini, ma probabilmente si trasferì in Italia nei primi anni del Cinquecento, attratto dal fermento culturale e musicale del periodo. Lavorò inizialmente in diverse città del Nord della Penisola, tra cui Venezia, e fu poi particolarmente attivo a Firenze, dove divenne una figura centrale nella vita musicale della città. Ivi ricoprì, intorno al 1520, il ruolo di maestro di cappella presso il Duomo, uno dei centri musicali più prestigiosi dell’epoca, e avviò proficue collaborazioni con importanti mecenati, contribuendo alla diffusione di nuovi stili musicali.

Verdelot è considerato, d’altronde, uno degli iniziatori del madrigale italiano, la forma che unì indissolubilmente musica e poesia, le “due sorelle” che il Marino nell’Adone dirà “ristoratrici de l’afflitte genti“. I suoi lavori in questo genere, spesso su testi di poeti italiani – dai “classici” come Petrarca ai “contemporanei” come l’Ariosto, ad esempio – si caratterizzano per un’elaborata polifonia e per un’attenzione particolare alle connessioni espressive tra musica e testo.

“Intavolatura de li madrigali” di Verdelot, opera edita da Ottavio Scotto a Venezia nel 1536 (frontespizio)

Le circostanze della morte di Verdelot rimangono controverse. Dopo il 1530 non si hanno più notizie certe su di lui. Si ipotizza che possa essere morto durante l’assedio di Firenze (1529-1530) o poco tempo dopo. Tuttavia, alcune fonti suggeriscono che potrebbe essere vissuto fino al 1540 circa o addirittura fino al 1552. La sua eredità risiede, dunque, nel contributo al madrigale, dal momento che le sue opere furono ampiamente pubblicate e rimasero popolari per decenni dopo la sua morte.

L’anziano fiammingo Adriano Willaert nel ritratto di Giorgione

Di Adriano Willaert [Roeselare 1490 – Venezia 1562], invece, si può certamente affermare che fu compositore e musicista fiammingo tra i più importanti, nonché fondatore della scuola veneziana. Egli nacque probabilmente a Bruges o a Rumbeke (nei Paesi Bassi borgognoni) e studiò musica con Jean Mouton, uno dei più celebri compositori dell’epoca, che influenzò profondamente il suo stile. Willaert si trasferì nel Bel Paese intorno ai primi anni del Cinquecento, lavorando presso varie corti e città, tra cui Ferrara e Roma. Nel 1527 fu nominato maestro di cappella della Basilica di San Marco a Venezia, una delle posizioni più prestigiose del tempo. Nella città lagunare rimase fino alla sua morte, trasformando sensibilmente la vita musicale della città.

Willaert fu un innovatore in molti campi della musica rinascimentale. Tra i suoi contributi principali, sicuramente lo sviluppo e il perfezionamento dello stile policorale, favorito dagli spazi acustici, unici al mondo, della Basilica di San Marco – Andrea Gabrieli, suo allievo, e il nipote Giovanni saranno di tale tecnica “stereofonica”, poi, indiscutibili maestri -; ma ampio e produttivo fu anche l’apporto al repertorio sacro – numerose messe e mottetti in cui si integrano mirabilmente lo stile fiammingo e le influenze italiane – e al repertorio profano, contribuendo con madrigali e chansons alla creazione di polifonie ardite e raffinate. Fu, inoltre, autorevole teorico della musica, ambito nel quale operò perfezionando il sistema modale e formando allievi illustri, tra cui Gioseffo Zarlino.

“O dolce vita mia”, dalle “Canzone villanesche alla Napolitana a quatro voci” (parte del Cantus)

Tre personaggi, dunque, che hanno impresso la firma tangibile del loro stile e della loro arte nel tempo artisticamente fertile che hanno vissuto, quello del Rinascimento. Tutti e tre votati, ognuno nel proprio campo e secondo i propri strumenti, a non rinunciare all’espressione del sentimento attraverso l’arte – si direbbe, in ambito retorico, alla “mozione degli affetti” – pur intraprendendo comunque strade di sperimentazione e innovazione della tecnica. Sullo sfondo, una Venezia pullulante di arte e cultura, punto di incontro irrinunciabile per gli artisti, decisi di consegnare ai posteri – noi, che con ammirazione oggi li osserviamo – un ideale di sinergia tra le arti, a maggior beneficio della condizione umana e della sua elevazione spirituale.

“Piazza San Marco verso la Basilica” attraverso lo sguardo del Canaletto (olio su tela, 1723)

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