Corrado Augias: «Ecco cos’è la musica per me»

Potrebbe sembrare un insopprimibile desiderio di indulgere alla retorica, quello di aprire e chiudere il libro con la celebre massima secondo cui «la vita, senza la musica, sarebbe un errore». Ma per un uomo e un giornalista come Corrado Augias, che lo scorso maggio ha pubblicato “La musica per me” nella collana Frontiere di Einaudi, la citazione nietzschiana riassume perfettamente il senso di un’esistenza intensamente votata alla conoscenza della «più seducente delle arti, la più impalpabile delle creazioni, volatile, sfuggente, inafferrabile» come egli stesso scrive nell’introduzione.

Il giornalista Corrado Augias

A metà tra saggio e memoir – segue, non a caso, l’autobiografia “La vita s’impara” pubblicata l’anno scorso sempre per i tipi di Einaudi – Augias ripercorre la sua vita attraverso l’incontro con l’arte dei suoni, avvenuto quasi per caso quando era ancora un ragazzo. All’innamoramento giovanile, avvenuto con la “Pastorale” di Beethoven sul versante sinfonico e con “Il Trovatore” di Verdi su quello operistico, seguiranno anni di profondo studio e ascolto dei grandi compositori del passato, da Bach a Schönberg passando per Mozart, il «divino fanciullo», Chopin, Rossini, Mahler e ovviamente Puccini, doppiamente omaggiato con la foto in copertina nella quale ricalca la celebre posa del maestro di Lucca, elegantissimo, mentre sfiora i tasti del pianoforte.

La celebre posa di Giacomo Puccini che Augias “imita” per la copertina del suo ultimo lavoro

Il rischio della “pedanteria senile” è in queste pagine completamente scongiurato: nessuna torre d’avorio in cui rifugiarsi, nessuna verità rivelata, nessuna invettiva contro la politica che non opera concretamente per “svecchiare” l’uditorio delle nostre sale da concerto. Al contrario, “La musica per me” si legge come il racconto di un «musicofilo appassionato» che in poco meno di trecento pagine compone una vera e propria guida all’ascolto. È infatti l’autore stesso a invitare il lettore ad approfondire e completare la lettura con ascolti mirati, in certi casi indicando con esattezza incisioni di riferimento facilmente recuperabili anche sulle piattaforme d’ascolto. Per ogni capitolo, interessanti annotazioni tecniche sulle composizioni sono accompagnate da brevi cenni biografici dei compositori, spesso essenziali per la comprensione di certi risvolti estetici, e da una serie nutrita di reminiscenze, impressioni, letture che hanno avuto a che fare con quel compositore o con quella pagina musicale.

Benché per modestia sottolinei più volte la sua appartenenza al gruppo degli ascoltatori “profani”, Augias mostra nei concetti e nel lessico una competenza musicale autentica e tutt’altro che scontata, prestando sempre particolare attenzione a mantenersi su un registro divulgativo – ricorda, in molti passaggi, il tono e lo stile delle fortunate trasmissioni televisive che ha firmato nella sua lunga carriera per la Rai e, negli ultimi tempi, per La7 – e ad evitare divagazioni e tecnicismi per addetti ai lavori. Di particolare interesse, tra gli altri, il primo capitolo dedicato al genio di Ludwig van Beethoven, compositore per il quale Augias non ha mai nascosto un certo trasporto, e quello dedicato alla storia e alle caratteristiche di alcuni inni nazionali, in primis il nostro “Canto degli italiani” che Augias scandaglia tanto nei ricercati riferimenti testuali quanto nei solenni e icastici aspetti armonici e melodici. C’è spazio anche per il Cajkovskij della Sinfonia “Patetica”, per il Gershwin di “Porgy and Bess”, per il Respighi della “Trilogia romana” sebbene diversi siano i profili, in primis quello di Sergej Rachmaninov, che Augias si rammarica per brevità di non poter trattare.

Il giornalista e “musicofilo” romano, classe ’35

Resiste e aleggia, però, durante tutta la narrazione, l’interrogativo che da secoli anima il dibattito tra musicologi e filosofi sul possibile “significato” intrinseco alla musica. Non è cosa da poco che in un testo, come si è detto, di carattere divulgativo ci si ponga una questione oggettivamente così complessa e dibattuta, a beneficio di un vasto pubblico di lettori e con un linguaggio accessibile. La musica, dunque, detiene in sé contenuti semantici che vadano al di là delle sue strutture proprie? A titolo d’esempio, Augias riporta due storiche esecuzioni della Nona Sinfonia di Beethoven, messa al centro di due situazioni di segno completamente opposto: la prima, nel 1942, sotto la direzione di Wilhelm Furtwängler per il compleanno di Hitler; la seconda, nel 1989, sul podio Leonard Bernstein, per celebrare la caduta del Muro di Berlino. Come può la stessa sinfonia, lo stesso commovente canto di unione e fratellanza tra i popoli, piegarsi a due usi tra loro così lontani e incompatibili? Augias, nelle sue colte e piacevoli pagine, ha tentato una risposta che ci sembra la più onesta tra tutte le risposte possibili: «la musica è solo musica ed è bene che sia così, la musica accompagna e subisce gli eventi, talvolta li influenza, ma non sa spiegarli».

La copertina del libro (Einaudi 2025, 288 pp. €20)

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