Fedele d’Amico. Per un ritratto

«Ora appunto su questa strada si muove ancora oggi l’opinione di alquanti “addetti ai lavori”, purtroppo scampati alla disoccupazione: che il “razionalismo” di Così fan tutte sia un miscuglio di “denuncia”, pessimismo e cinismo, una cosa sinistra insomma, da lasciarci costernati pressappoco quanto un testo di Beckett […]»

Bastino al lettore queste poche righe tratte dal testo di una conferenza del novembre 1983 sul Così fan tutte di Mozart per intuire la straordinaria vis polemica di Fedele d’Amico. Il decano dei critici musicali italiani, d’altronde, non si sforzava minimamente di mitigare il proprio carattere o di smussare certe acuminate invettive nelle sue critiche. In una lettera a Luciano Berio, contenuta in Nemici come prima, scrisse: «Probabilmente saprà che io sono un uomo scortese e soprattutto antipatico».

Giulio Carlo Argan e Fedele d’Amico

Scortese e soprattutto antipatico. Quanta sagace ironia in quell’avverbio. Ironia passata attraverso un’educazione rigida e una formazione culturale solida, che attraversa la prima metà del ventesimo secolo. D’Amico nacque, infatti, a Roma il 27 dicembre 1912, figlio di Silvio – fondatore e riformatore dell’Accademia Nazionale d’arte drammatica, a lui oggi intitolata – e di Elsa Minù. Dopo il liceo classico, contemporaneamente agli studi di giurisprudenza si dedicò al pianoforte e alla composizione sotto la guida di Alfredo Casella, maestro per il quale conservò sempre ammirazione e affetto.

Essenziali per la sua formazione furono anche gli incontri con alcune figure della cultura letteraria di allora, da Luigi Pirandello a Bruno Barilli,  da Massimo Bontempelli a Emilio Cecchi di cui, nel 1938, sposò la figlia Giovanna, ben più nota come Suso Cecchi d’Amico, sceneggiatrice che collaborò con i più importanti registi italiani del Novecento. Dal matrimonio nacquero tre figli: Masolino, noto anglista contemporaneo, Silvia, sceneggiatrice che ha seguito le orme della madre, e Caterina, produttrice cinematografica e oggi preside della Scuola Nazionale di Cinema.

«Sempre, fino a Strauss e a Puccini, il compositore d’opere grande o piccolo scrisse pensando alle voci del suo tempo, si sottopose alle loro esigenze, e insieme ne stimolò l’evoluzione: la storia dell’opera è, solidalmente, storia di compositori e cantanti […] Oggi, non più. I divi del nostro tempo non hanno niente a che fare con l’opera del nostro tempo; quelli capaci di affrontarla validamente sono mosche bianche, ed è ben raro che un autore, scrivendo un’opera, pensi a loro.»

Come scrive Franco Serpa nel Dizionario Biografico degli Italiani per la Treccani (2013), Fedele d’Amico “cominciò a scrivere di musica intorno ai vent’anni. Nel 1930 fu il vice di Mario Labroca all’Italia fascista, nel 1931-32 fu critico musicale del Tevere subentrando a Bruno Barilli, nel 1932-34 passò all’Italia letteraria e nel 1935 recensì su Pan gli spettacoli del Maggio musicale fiorentino. Nel 1938-41 lavorò all’EIAR, l’ente radiofonico da cui si dimise quando, promosso di grado, seppe che in certe occasioni avrebbe dovuto indossare la divisa fascista, e nel 1939-43 fu segretario aggiunto nell’Istituto italiano per la storia della musica. Tenne la critica musicale su Vie nuove nel 1951-54, sul Contemporaneo nel 1954-57, su Italia domani nel 1958-59, sul Paese nel 1960-61, sulla Fiera letteraria nel 1967, e dal 1967 al 1989 sull’Espresso. Dal 1945 aveva lavorato, insieme al padre e a Mario Corsi (e ad altri, tra cui Fausto Torrefranca e Gabriele Baldini), al progetto di una sostanziosa ma breve enciclopedia dello spettacolo, che nel 1949 cambiò del tutto fisionomia, dilatandosi in una redazione di oltre 30 persone e in centinaia di collaboratori esterni: e fu l’Enciclopedia dello spettacolo, il cui primo volume uscì nel 1954. D’Amico, che tenne la direzione della sezione ‘musica e danza’ per i primi quattro volumi fino al 1957, dichiarò in più occasioni che gli anni dell’Enciclopedia furono i principali per la sua formazione alla ricerca storica e all’analisi”.

Fedele d’Amico

È ancora Serpa ad annotare, per Treccani, “i suoi maggiori incarichi di quegli anni e dei successivi”, tra i quali “si devono ricordare la partecipazione al Consiglio direttivo della SIMC (Società italiana per la musica contemporanea) nel 1949-60, alla direzione del periodico Cultura e realtà nel 1950-51, al consiglio di redazione delle edizioni del Saggiatore nel 1958-66. Nel 1967 fu uno dei fondatori, e membro nella direzione, della Nuova rivista musicale italiana, nel 1968-70 fece parte del consiglio direttivo della Società italiana di musicologia. Dal 1963 ebbe la cattedra di Storia della musica all’Università di Roma, prima alla facoltà di magistero come docente incaricato, poi come professore ordinario alla facoltà di lettere e filosofia (1978-82)”.

Un ragazzino all’Augusteo (Einaudi, 1991)

E tra i libri oggi facilmente reperibili in commercio spicca Un ragazzino all’Augusteo, uscito nel 1991 per Einaudi e ristampato nel 2022 dalla casa editrice Bibliotheka. Una raccolta di studi e articoli elaborata dallo stesso d’Amico e poi curata, dopo la sua morte, da Franco Serpa che copre grosso modo lo spazio di un quarto di secolo, dal periodo immediatamente successivo a I casi della musica fino agli ultimi scritti. Ampio lo spettro di argomenti e poetiche che si evince scorrendo l’indice: dalla recensione tout court alla riflessione di taglio più saggistico, dalla polemica con Luigi Nono sulle trasformazioni del teatro d’opera nel 900 fino alla “smentita” sul progressismo brahmsiano, in contrapposizione al celebre saggio di Schönberg contenuto in Stile e idea. Ce n’è, insomma, per tutti i gusti. Come annota Serpa nella Premessa, “Gli articoli e le recensioni di d’Amico hanno accompagnato e spesso guidato la parte musicale della nostra vita (e non quella parte soltanto), con la tenacia, provocatoria talvolta, dei principi, con la bravura dialettica e soprattutto con il calore cordiale delle parole. In d’Amico […] la tenacia e la cordialità, la risolutezza un po’ brusca e la generosità nascevano dallo stesso sentimento […] Chi legge i suoi scritti non manca di accorgersi che il nucleo di ogni pensiero e la ragione dei consensi e della insofferenza sta in una convenzione etica primaria di fedeltà al concetto di umanesimo integrale”.

La copertina del libro per l’edizione Bibliotheka

Questa fedeltà, che in altre parole è una ferrea etica del lavoro, per non parlare della dialettica sofisticata e impreziosita dalla lingua alta e colta, oggi mancano terribilmente nel giornalismo musicale e non solo. Figure come quella di d’Amico andrebbero riscoperte e valorizzate, per far sì che la loro opera continui a formare il pensiero critico.

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