Se tentassimo di confinare l’ingegno multiforme di Cathy Berberian all’interno di una definizione, finiremmo per farle un torto. Di lei, autentica icona della musica contemporanea, tuttavia, si disse perentoriamente che fu la Callas dell’avanguardia. Certo è che con la sua straordinaria carriera, nella quale ha attraversato tutti i generi e tutte le epoche della musica colta occidentale, Berberian è stata una musa per tanti compositori del ‘900, un’artista che dell’eclettismo ha fatto un manifesto, sempre lontana da paludati steccati accademici – celebre il suo spettacolo teatrale intitolato Da Monteverdi ai Beatles – o forse “solo” una voce che ha incarnato magnificamente quello spirito del tempo tutto novecentesco, improntato al superamento di ogni confine estetico e strutturale.

Si sono appena celebrati i 100 anni dalla sua nascita, avvenuta il 4 luglio 1925 a Attleboro, Massachusetts, da genitori armeni. Fin da piccola – lo si può leggere nella biografia – Berberian si interessò alla musica e alla danza tradizionale armena e dimostrò una certa predisposizione per il canto popolare e le arti drammatiche, esibendosi spesso con il padre per intrattenere familiari e amici. Ma fu l’ascolto di una registrazione di Tito Schipa in Ecco ridente in cielo, dal Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, a farle definitivamente comprendere quale fosse davvero la sua strada.
Alla Columbia University studiò con Milton Smith, direttore del Brander Matthews Theater, con Herbert Graf, docente del Columbia Opera Workshop e regista teatrale al Met, e con Getrude Keller, attrice di teatro e cinema muto. Seguì corsi di opera, canto e dizione, scenotecnica, pantomima e scrittura radiofonica fino al 1948, quando i suoi genitori acconsentirono agli studi vocali a Parigi con Marya Freund, sostenendone le spese. Nel 1949, però, Berberian arriva al Conservatorio “Giuseppe Verdi“ di Milano, dove frequenta la classe di canto di Giorgina del Vigo. Gli anni meneghini segnano in Cathy Berberian una svolta decisiva: sotto la guida di del Vigo, Berberian riqualifica la sua voce nel registro del mezzosoprano e scopre un vasto repertorio di musica da camera in grado di mettere in risalto le molteplici sfaccettature e l’imponente tessitura della sua voce. Del Vigo le instillò, inoltre, l’importanza di interpretare la musica oltre la tecnica, attraverso l’implementazione e la valorizzazione del proprio istinto esecutivo. Ma proprio in quel periodo, mentre progettava di candidarsi per una borsa di studio per continuare gli studi a Milano, Cathy si mette alla ricerca di un pianista che la potesse accompagnare all’audizione: fu proprio in quell’occasione che conobbe Luciano Berio, a quel tempo studente di Composizione e accompagnatore vocale al “Verdi” di Milano.
«Lui non parlava inglese e io non parlavo italiano. Non avevamo contatti, solo musica»

Il rapporto tra Cathy Berberian e Luciano Berio fu straordinariamente intenso, sia sul piano musicale che su quello affettivo, e ha lasciato un’impronta profonda nella storia della musica del secolo scorso. Il loro legame fu un connubio di complicità artistica, sperimentazione radicale e anche fragilità umana. Si conobbero, dunque, al Conservatorio di Milano e si sposarono nel 1950 iniziando una lunga collaborazione artistica che, anche dopo il divorzio nel 1964, non si interruppe del tutto.
Tra le opere “chiave” del rapporto tra Berberian e Berio si annoverano sicuramente Sequenza III (1965) forse l’esempio più emblematico di partitura per voce sola, pensata su misura per le possibilità espressive di Berberian: risate, sussurri, grida, fonemi privi di senso. In altri termini, una vera e propria drammaturgia sonora. Ma è il caso di citare anche Circles, composta nel 1960 su testi di Edward Estlin Cummings attraverso i quali Berberian canta, parla, sussurra ed esegue vocalizzazioni astratte di grande effetto. Ma il lavoro più noto e significativo resta certamente quello sulle Folk Songs (1964): una raccolta di canti popolari reinventati, che mette in luce la sua capacità di passare dal registro colto a quello popolare senza soluzione di continuità.

«Mi ha insegnato tutto sulla voce»
Al loro comune lavoro si deve l’anticipazione della nozione di vocalità estesa, che rompe la separazione tra canto lirico, parola, suono e teatro. Cathy Berberian, che delle opere di Berio non fu solo interprete ma anche fonte di ispirazione, sperimentatrice vocale e collaboratrice attiva nei processi creativi, contribuì con la sua voce camaleontica e la sua intelligenza teatrale a plasmare il linguaggio musicale beriano. Alla luce di questi intensi e fecondi rapporti, Berberian formulò una vera teoria della nuova vocalità nel suo testo del 1966 La nuova vocalità, promuovendo l’idea della voce come strumento drammaturgico totale.
Solo dopo il divorzio avvenuto nel 1964, dopo quattordici anni di matrimonio, Cathy Berberian cominciò a costruire un proprio repertorio come compositrice – valgono una citazione pezzi come Stripsody e Morsicat(h)y – e a lavorare con altri compositori, da John Cage a Sylvano Bussotti, da Bruno Maderna a Hans Werner Henze. Luciano Berio continuò a comporre per lei anche dopo la separazione; Cathy Berberian, dal canto suo, non smise mai di valorizzare il lungo e importantissimo lavoro compiuto insieme.

Cliccando sui pulsanti è possibile ascoltare alcune storiche interpretazioni di Cathy Berberian: le Folk Songs e la Sequenza III di Luciano Berio, la sua Stripsody e Lasciatemi morire dal Sesto Libro dei Madrigali di Claudio Monteverdi.

