Il misantropo celeste

Il nuovo libro di Luca Ciammarughi che celebra Arturo Benedetti Michelangeli a trent’anni dalla morte

A trent’anni dalla sua morte, la personalità artistica e il carisma umano di Arturo Benedetti Michelangeli continuano a stimolare musicisti e studiosi a bilanci e a nuove riflessioni sul ruolo socioculturale della musica colta e della sua trasmissione alle nuove generazioni. Quello di cadere nel ritratto agiografico più che biografico è un rischio che si può facilmente correre quando ci si accosta ad uno dei mostri sacri della tastiera. Eppure ci sembra di poter affermare, senza tema di smentita, che l’agile libretto firmato da Luca Ciammarughi, intitolato Arturo Benedetti Michelangeli. Il mistero di un genio ed edito da Curci insieme all’ultimo numero del mensile Amadeus, riesca bene nell’intento celebrativo e insieme commemorativo del grande pianista bresciano, scomparso il 12 giugno del 1995.

La copertina del libro di Luca Ciammarughi

Ciammarughi parte, ovviamente, dall’alone di mistero che Arturo Benedetti Michelangeli in primis – d’ora in poi, per brevità, ABM – contribuì a creare e far aleggiare sulla sua vita pubblica e privata, da quella misantropia celeste di cui parlò Franco Battiato nel suo brano Mesopotamia (Giubbe rosse, 1989) e di cui non si può far a meno se di ABM si vuol compiutamente parlare. La bibliografia è ampia, sia sul versante delle testimonianze biografiche sia in quello riflessioni più prettamente musicologiche, sgorgate anche dalle inusitate scelte del repertorio studiato, interpretato e in qualche caso inciso da ABM. Da Bach e Scarlatti fino a Galuppi, passando per Paradisi, Daquin, Couperin o finanche Jacques Champion de Chambonnières – illustre fondatore della scuola clavicembalistica francese, oggi forse misconosciuto dal grande pubblico – in un’epoca in cui il barocco era sostanzialmente ignorato e la prassi esecutiva storicamente informata era ancora di là da venire ed affermarsi: basti questo per intuire lo spessore culturale ed interpretativo del Nostro.

Luca Ciammarughi è concertista, conduttore radiofonico, storico del pianoforte e scrittore.

«Uomo dei contrasti e delle apparenti contraddizioni, Michelangeli intuiva in realtà, quasi come un alchimista, che gli estremi si toccano e che gli opposti non sono semplicemente antagonisti, bensì parti di un tutto interconnesso».

Com’è noto, il grande pianista viaggiava sempre con i suoi pianoforti al seguito e decideva solo poco prima di esibirsi su quale mettere le mani, attitudine troppo spesso derubricata a capriccio da divo ma che invece cela il rispetto radicale nei confronti della musica e dell’ascoltatore. Ma amava anche le automobili, come Puccini, e forse fu anche pilota di aerei. Amava l’ebbrezza della velocità anche se nel vederlo seduto allo sgabello del pianoforte, nella sua ieratica compostezza anche di fronte alla pagina più ardua, non si direbbe. Pochi dettagli che dimostrano quanto ABM fosse completo e contraddittorio, sempre in equilibrio tra la maschera e il volto. Per lui la musica non fu mai un mestiere ma solo ed esclusivamente espressione di un bisogno interiore, l’arte suprema e indescrivibile alla quale dedicarsi con tutte le proprie energie fisiche ed intellettuali.

Di notevole interesse, nel libro, il confronto con Chopin. Due vite parallele, si potrebbe dire con Plutarco, forse più banalmente una serie di affinità esistenziali, tra humor e malinconia, che caratterizzarono soprattutto l’ultimo periodo della sua vita. Ma ancor più interessante l’attività didattica, nella quale ABM profuse un impegno totale e totalizzante, che per Ciammarughi si sintetizza in un vero e proprio “eros pedagogico”.

Arturo Benedetti Michelangeli

«Il pianista non deve esprimere prima di tutto se stesso. La cosa principale, la cosa essenziale è entrare nello spirito del compositore. […] La vera personalità del pianista emergerà solo quando sarà entrato in profondo contatto con il compositore. Solo quando il compositore avrà preso possesso del pianista questi potrà veramente creare musica.»

Parole eloquenti, più di qualsiasi altro manifesto artistico, pronunciate proprio da ABM in una rarissima intervista rilasciata al New York Times nel 1977. È d’altronde quello che cercò di trasmettere ai suoi allievi, per una vita intera: entrare in profonda connessione con il compositore, farsi possedere dalla musica per poterla poi restituire pienamente all’ascoltatore.

Anche Maurizio Pollini – che con ABM e Alfred Brendel, anch’egli purtroppo recentemente scomparso, condivideva il giorno di nascita, il 5 gennaio – e Martha Argerich frequentarono, seppur per breve periodo, i Corsi di Esecuzione ed Interpretazione Pianistica tenuti dal Maestro, ma tantissimi altri furono gli allievi, da Dino Ciani a Paolo Spagnolo a Ivan Moravec.

«Cerco di far emergere e di sviluppare la loro personalità, quando la scorgo, ma non voglio mai riprodurre, come in un calco, una copia di me stesso.»

La copertina dell’ultimo numero di Amadeus dedicata ad Arturo Benedetti Michelangeli nel trentennale della scomparsa

Il libro di Luca Ciammarughi si lascia leggere agevolmente e consente anche al lettore non avvezzo di esercitare uno sguardo completo e analitico sulla complessa personalità di ABM. Nella prefazione al libro, il direttore di Amadeus Filippo Michelangeli annota opportunamente: «Luca Ciammarughi è un pianista che parla di un altro pianista con spirito critico, senza timori reverenziali, rifuggendo toni apologetici, e per questo quando si inchina di fronte all’immensità dell’arte di Benedetti Michelangeli le sue parole assumono una credibilità che ci emoziona e ci rapisce.» È vero: ci rapisce per la scrittura alta ed erudita; ci emoziona perché, anche a trent’anni di distanza, il genio di ABM sembra essere ancora in mezzo a noi.

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