“Il Requiem di Mozart. Vi aleggia il soffio dell’aldilà. Dopo un simile ascolto, com’è possibile credere che l’universo non abbia alcun senso? Deve averne uno. Che tanta sublimità si risolva in niente, il cuore – così come l’intelletto – si rifiuta di ammetterlo. Deve pur esserci qualcosa da qualche parte, deve esserci un briciolo di realtà in questo mondo. L’ebbrezza del possibile che riscatta la vita. Dobbiamo temere il ritorno dell’amaro sapere, temere di ripiombarvi”.
Ma come si conciliano il nichilismo e l’amore per Bach? Il cupio dissolvi e la tensione verso l’infinito fascino dei suoni e delle loro combinazioni? In altre parole, se si ascolta poniamo il Ricercare a 6 dall’Offerta Musicale o il Requiem di Mozart, il primo istintivo collegamento mentale non è rivolto ai laceranti Quaderni di Emil Cioran [Rășinari, 8 aprile 1911 – Parigi, 20 giugno 1995] o al Sommario di decomposizione.
Chi ha letto Emil Cioran sa che ogni sua parola è una scheggia che fende la realtà e mette sempre l’individuo davanti al problema del nichilismo. Tra i suoi aforismi al vetriolo e la sfiducia radicale nella vita esiste, tuttavia, un’insospettabile isola di bellezza: la musica. E tra tutti i compositori che affiorano nei suoi scritti, due nomi ritornano con particolare insistenza: quelli di Johann Sebastian Bach e Wolfgang Amadeus Mozart.

Per Cioran, Bach rappresenta l’unico ordine che possa ancora avere senso in un mondo privo di significato. In una delle sue più celebri riflessioni, scrive:
“Senza Bach, Dio sarebbe un concetto discutibile.”
In quell’aggettivo, discutibile, così chiaro e naturalmente favorevole al ragionamento di stampo filosofico, è compreso tutto: l’ateismo malinconico di Cioran, la sua sfiducia nei sistemi religiosi e filosofici, la concezione “rivelatrice” che assumono certe strutture compositive del Kantor. L’ordine costruito da Bach nelle sue composizioni, infatti, non ha bisogno per il pensatore romeno di giustificazioni metafisiche: è un antidoto al caos, una teologia senza dogmi.
Ecco dunque giustificata la venerazione – non ci sono sinonimi che reggano – che Cioran nutre per Bach. Quando l’individuo si eleva al di sopra della propria condizione tragica è possibile giungere a creazioni di tale caratura. Non a caso, Cioran parlava della sua musica come della “prova che l’universo non è un errore.”

Diverso è il rapporto con Mozart. Se Bach è ordine, Mozart è leggerezza. Ma la leggerezza mozartiana non è sinonimo di superficialità: è quella sorta di disincanto sorridente, ironico e distaccato, che solo chi ha conosciuto il dolore può permettersi. Nella musica di Mozart – vedi la bellissima citazione all’inizio di quest’articolo – Cioran trova una tregua dal male di vivere che lo attanaglia, una pausa dall’ossessione dell’insensatezza , dal peso dello stare al mondo.

Cioran amava definire Mozart come “il compositore la cui musica consola senza illudere”. È un’arte che non propone salvezze, ma neppure condanne. È semplicemente umana, finemente tragica proprio nella sua assenza di tragicità esplicita. In Mozart c’è qualcosa di infantile – nel senso più nobile del termine: una purezza che resiste, anche tra le macerie dell’età adulta.
Non è un caso che, nei suoi ultimi anni, Cioran ascoltasse musica per ore, in silenzio, spesso con le lacrime agli occhi. In un’intervista, disse che senza Bach e Mozart non sarebbe sopravvissuto a se stesso. Per un uomo che ha messo in dubbio la validità di ogni idea, di ogni progetto, di ogni fede, la musica è stata ciò che non ha mai messo in discussione.


