Della musica e del sogno nei Notturni di Ishiguro

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un video nel quale una studentessa della Scuola Holden consigliava, con una specie di contagiosa sollecitudine, la lettura dei Notturni di Kazuo Ishiguro [Nagasaki 1954], una raccolta di «cinque storie – come recita il sottotitolo del libro – di musica e crepuscolo». Pur conoscendo l’autore (vincitore, tra l’altro, del Premio Nobel per la Letteratura nel 2017), nessuno dei suoi libri mi era ancora capitato tra le mani.

Vado in libreria. Scorro rapidamente con lo sguardo l’ordine alfabetico dell’ampia sezione narrativa. Lo intravedo su uno scaffale, in alto. L’angolo superiore delle ultime pagine è spiegazzato, il candore della copertina Einaudi è corrotto da un sottile strato di polvere. Chissà da quanto tempo sta lì, penso. Mi avvio alla cassa, mentre cerco di distinguere il soggetto della foto in copertina. Non riesco a vedere nell’immediato che si tratta del dettaglio di due gondole (leggendo poi il primo racconto comprenderò la motivazione di quella scelta). Deve esserci qualcosa, nella composizione dell’immagine, che mi procura un certo fastidio. Malgrado ciò inizio a leggerlo.

«– Mr Gardner! Ce l’abbiamo fatta! – mormorai. – Ce l’abbiamo fatta. Le abbiamo toccato il cuore. Ma Mr Gardner non pareva contento. Scuoteva il capo con aria stanca, fece cenno a Vittorio e gli disse: – Portaci sull’altro lato dell’edificio. È ora che rientri.»

da Crooner (pag. 31)

Sperimentando la prosa levigata di Ishiguro, anche nelle pagine in cui non è facile seguire lo sviluppo decisamente inconsueto di talune situazioni (soprattutto in Come Rain or Come Shine), mi convinco che quel titolo, Notturni, sia in realtà uno specchietto per le allodole. Forse un riferimento alla tipica struttura concisa del Notturno musicale (si pensi a quelli tripartiti di John Field o di Fryderyk Chopin) qui letterariamente rievocata nella brevità della narrazione. Una corrispondenza formale fin troppo banale o, almeno dal mio punto di vista, non all’altezza della qualità letteraria della raccolta.

«Lavorai qualche minuto alla canzone, ma non riuscivo a concentrarmi, soprattutto perché pensavo alla faccia che doveva aver fatto Meg Fraser quella mattina mentre Sonja gliele cantava chiare. Dopodiché, osservai le nuvole e la distesa di terra sotto di me, e mi costrinsi a tornare con la testa alla mia canzone e a quel bridge che ancora non mi convinceva.»

da Malvern Hills (pag. 130)

In merito alla trama dei cinque brevi racconti qui non mi dilungo, chi vorrà potrà leggere il libro nella traduzione di Susanna Basso. Niente spoiler, dunque. Ma per quanto concerne la presenza della musica all’interno dei racconti, mi pare che in tutti e cinque essa sia volutamente messa sullo sfondo. Un pretesto narrativo, in altre parole. Ma anche una colonna sonora, in certe lunghe e minuziose descrizioni, un sottofondo che sembra venir fuori dalla pagina durante la lettura.

Denominatore comune di tutti i racconti è la posizione dei protagonisti rispetto al corso degli eventi: la realtà che li circonda sembra apparire in un certo modo, ma poi tutto si scombina e le apparenze non rinunciano a tessere il loro inganno. Quando l’autore giunge allo snodo narrativo che ribalta la prospettiva delle cose, ecco che la musica si insinua a schiarire, talvolta al contrario ad infittire, le dinamiche della storia.

«Verso la fine di quell’ora, Tibor si era convinto di avere più che soddisfatto le aspettative della sua ospite ma, a conclusione dell’ultimo brano, dopo parecchi minuti di assorto silenzio da parte di entrambi, la donna girò la sedia verso di lui e disse: – Sì, ora so esattamente a che punto si trova. Non sarà facile, ma ce la può fare. Senz’altro. Partiamo da Britten. Mi ripeta il primo movimento, e poi ne parliamo. […] Quando però, dopo alcune battute, lei lo interruppe e si mise a parlare ecco ripresentarsi l’urgenza di fuggire. Per buona educazione, decise in cuor suo di sopportare altri cinque minuti di quella lezione privata non richiesta. Ma si ritrovò a fermarsi un poco più a lungo, e poi un altro po’ ancora. Suonò un pezzo, lei riprese a parlare. In principio, le sue parole gli parevano assai presuntuose ed eccessivamente astratte, ma quando provava a inserirne gli stimoli nell’esecuzione, restava sorpreso dal risultato. Prima che se ne accorgesse, era trascorsa un’altra ora.»

da Violoncellisti (pag. 213)

Chi voglia accostarsi alla lettura dei Notturni sappia che sta maneggiando un vero e proprio ibrido letterario: un’opera che si manifesta sotto forma di libro e, al contempo, di album musicale. Ma quale delle due anime prevalga è poco rilevante, soprattutto quando ci si ritrova innanzi alla penna di uno scrittore come Kazuo Ishiguro, così abile nel conferire ai sogni effetto di realtà.

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