Eugenio Montale: baritono mancato?

«Non ho esordito come cantante di opera lirica: avevo aspirazioni in questa direzione, ma la morte del mio maestro è stata decisiva per me perché io avevo una sorta di impegno morale, di far una buona figura, di produrre un allievo degno della sua gloria. E invece, morendo, mi sono “disimpegnato”. Lui sognava di fare di me un baritono molto brillante nel registro acuto che io possedevo, del resto.»

Le preziose Teche della Rai custodiscono, in uno storico filmato, le parole che avete appena letto. A pronunciarle, nel 1966, al tavolo di una trattoria, fu il poeta premio Nobel Eugenio Montale [Genova 1896 – Milano 1981]. Il legame tra il poeta degli Ossi di seppia e la musica appare uno dei capisaldi della sua biografia – forse ancora poco approfondito dagli studiosi – e si ripercuoterà non solo nella sua produzione poetica ma anche nell’attività di critico musicale per il Corriere della Sera, il principale quotidiano nazionale. Il racconto che Montale intesse dei suoi anni giovanili e delle aspirazioni musicali di quegli anni prosegue:

«Mi sarebbe piaciuto Scarpia, il feroce barone Scarpia che vedo fatto male, da tutti. Deve essere un grande signore, malvagio ma signorile allo stesso tempo. Invece ne fanno un essere volgare, malvagio, senza nessuna signorilità. Purtroppo debbo rinunziare a presentare il mio Scarpia».

Cosa daremmo, in effetti, per assistere anche solo ad una recita di Tosca che veda, nel suo cast, Montale nei panni del temibile Vitellio Scarpia? Questa curiosità, per ovvie e ineluttabili ragioni, non potrà mai essere soddisfatta. Anche perché, nella vicenda umana di Montale, non è possibile stabilire con certezza quale sia il momento in cui l’interesse per l’arte dei suoni e la fascinazione per il canto lo colse. Possiamo invece stabilire con relativa certezza il momento in cui, per il giovane Montale, il sogno del palcoscenico si infranse: è il 25 luglio del 1923.

Eugenio Montale in uno scatto di Federico Patellani (1964)

In quell’estate di cento anni fa, il baritono Ernesto Sivori, già insegnante di canto al Conservatorio di Parma, «uno dei primi e più acclamati Boccanegra», come scrisse lo stesso poeta, muore. La scomparsa del Maestro generò in Montale la consapevolezza che, da lì in avanti, nulla sarebbe stato più come prima. Senza la guida di Sivori, che aveva seguito Montale negli otto anni precedenti, non sarebbe mai riuscito a calcare le polverose assi del palcoscenico. Non ci sarebbe stato nessun pubblico ad acclamarlo, mai avrebbe calzato i panni del barone Scarpia. Resterà solo il nostalgico ricordo di una passione sepolta ma mai completamente sopita. Anzi, quella tensione verso il mondo musicale si irradierà in tutta la produzione del Montale poeta, prosatore e critico.

«Tentava la vostra mano la tastiera,
i vostri occhi leggevano sul foglio
gl’impossibili segni; e franto era
ogni accordo come una voce di cordoglio.
»

da Ossi di seppia (1925)

Tra gli anni ’50 e ’60 Montale esercita la critica musicale sul Corriere della Sera (all’epoca denominato Corriere d’informazione nella sua edizione pomeridiana). Condivide la stanza con Indro Montanelli, altra storica firma del giornale di via Solferino. Le scrivanie una di fronte all’altra. «Quando Montale ti guarda – scrisse Montanelli con invidiabile sintesi – non sai mai se voglia dedicarti una carezza, o se stia pensando in che modo assassinarti, e con quale arma».

Indro Montanelli

Poi quando la suonatina languirà davvero
la finiremo come vuole la moda
senza perorazioni urlanti ed enfasi;
la finiremo, se ci parrà il caso,
nel momento in cui pare ricominciare
e il pubblico rimane con un palmo di naso.

da Poesie disperse (1981)

Celeberrime saranno le recensioni scaligere firmate dal poeta delle Occasioni, contraddistinte da un uso icastico della brevità: Karajan che con «ferina rapidità» raggiunge il podio, oppure l’attacco di Salomé o ancora l’analisi del Falstaff e di tante altre opere verdiane, sempre partitura alla mano.

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