“In a sentimental book”: Geoff Dyer racconta il jazz

«Era difficile che la musica gli venisse in mente già come musica. Tutto cominciava con uno stato d’animo, un’impressione, qualcosa che aveva visto o sentito e che soltanto dopo lui traduceva in melodia.» *

(a proposito di Duke Ellington)

Natura morta con custodia di sax è un libro che va affrontato senza aspettarsi, a dispetto del sottotitolo, un mero racconto intorno al jazz. Geoff Dyer [Cheltenham 1958] ci consegna un’opera che parla delle vite caotiche di uomini “spezzati” che hanno trovato nella musica il senso del proprio essere nel mondo. Gli ingredienti narrativi che compongono questi episodi si collocano, come scrive Dyer stesso nella prefazione, all’intersezione tra «un saggio di critica creativa» e «una narrazione finzionale».

Geoff Dyer, saggista e romanziere britannico

Il jazz, con i suoi iconici ed eccentrici personaggi, appare nel libro quasi come un pretesto, uno sfondo che legittima la descrizione delle esistenze sgangherate, talvolta dolorose, di Lester Young, Thelonius Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charles Mingus, Chet Baker e Art Pepper. E tra un ritratto e l’altro sbuca, frammentato ed episodico, il racconto di un viaggio: su un’auto che sfreccia tra le strade americane, ora buie ora bagnate ora innevate, siedono Duke Ellington e Harry Carney, due personalità dalle vite altrettanto evocative.

Di fatto, dunque, una rassegna di storie con elementi di aneddotica e notizie più o meno vere – o verosimili o verificate – rielaborate attraverso il filtro dello scrittore e della sua penna: una prassi letteraria di non recente applicazione, certo. E allora? Cos’è che rende questo romanzo-saggio di Dyer, secondo il Los Angeles Times, “forse il miglior libro mai scritto sul jazz”?

«Interrogato sulla sua filosofia della musica, Duke soleva rispondere: “Mi piacciono i bei lacrimoni di una volta”, e anche Ben era fatto così. Amava le ballad, i motivi sentimentali. Qualcuno ha definito il sentimento un’emozione a buon mercato, ma questo non vale per il jazz. Nel jazz le emozioni bisogna guadagnarsele perché è difficile suonare il sassofono con tenerezza, continuare a tenere il ritmo e insieme strappare lacrime dal cuore. Sono emozioni che si pagano di persona: chi conosce la storia della musica sa cosa vuol dire.»

Forse perché, in definitiva, è un libro che mette in scena la sempiterna potenza creativa dell’arte, ossia quella spinta culturale che ha permesso al jazz di guadagnarsi una certa rilevanza nella storia musicale e sociale del Novecento, in particolar modo negli Stati Uniti. Un’osservazione questa, verrebbe da chiedersi, valida ancora oggi? Dyer risponde a questa domanda tra le righe dell’interessantissima postfazione, intitolata “Tradizione, influenza e innovazione” – tre elementi, mi pare, icasticamente connessi agli stilemi jazzistici – ritenendo il jazz oggi un genere fin troppo “sofisticato”, lontano da qualsivoglia esigenza di riscatto sociale.

«Ad Amsterdam rimaneva nei paraggi dell’hotel, faceva brevi passeggiate e si soffermava sui ponti mentre gruppi di tossicomani pelle e ossa lo sfioravano con passo strascicato, senza sapere che il santo patrono di tutti loro li osservava dall’ombra. La città sfrecciava intorno a lui: quando attraversava una strada, pur guardando a destra e a sinistra quattro o cinque volte, si trovava continuamente a sobbalzare schivando tram, automobili strombazzanti, scampanellate di vecchissime biciclette. Una città fatta di finestre, che non nascondeva niente.»

(a proposito di Chet Baker)

Natura morta con custodia di sax è un ottimo e potente mezzo per accostarsi al frastagliato universo del jazz – chi scrive appartiene alla schiera dei cosiddetti musicisti “classici” (sic!) e si ritiene, pertanto, del jazz un ascoltatore “occasionale” – proprio perché sin dall’inizio non è possibile delineare, ma neanche ipotizzare, il confine tra realtà cronachistica e finzione letteraria. La prosa tornita di Dyer, anch’essa impregnata di una certa musicalità, si inscrive a pieno titolo nel lungo filone della letteratura finzionale e si incarica di difenderne quella patina di “menzogna” che, dopo tutto, le è propria. Se poi i personaggi di questa “corale” in chiave bebop sono vere e proprie leggende della musica occidentale, il risultato finale non può che essere un’opera da leggere e rileggere – ottimo l’apparato bibliografico e discografico in fondo al volume – e di cui servirsi a mo’ di repertorio o di antologia di racconti, anche solo per il gusto di riassaporare qualche pagina di buona letteratura.

* “Natura morta con custodia di sax” di Geoff Dyer è pubblicato in Italia dalla casa editrice ilSaggiatore e inserito nella collana Universale Economica Feltrinelli. La traduzione dei passi del libro inseriti in questo articolo è a cura di Riccardo Brazzale e Chiara Carraro (n.d.r.).

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