La formazione del giudizio musicale: per una nuova metodologia

Valerio La Torre

Il quinto capitolo del libro Psicologia della musica (Firenze, La Nuova Italia, 1999) di Helga de la Motte-Haber [Ludwigshafen am Rhein 1938] si prefigge l’obiettivo di indagare, in termini prettamente psico-metodologici, la questione della formazione del giudizio, non solo in ambito musicale ma fornendo puntuali spunti anche di carattere generale. L’analisi proposta prende come primo oggetto d’esame il giudizio estetico, categoria fondamentale del pensiero filosofico occidentale, affrontata a più riprese e in più periodi storici, trovando nella kantiana Critica del giudizio (1790) una sintesi complessa e allo stesso tempo feconda.

Appare pressoché condivisibile l’impossibilità di ridurre il giudizio estetico ad un codice normativo costituito da parametri validi in senso oggettivo, perché osservando la questione da tale prospettiva si trascurerebbe il valore fondante del giudizio estetico stesso: il rapporto tra il soggetto che percepisce e l’oggetto sensibile su cui il soggetto “riflette” il proprio sentimento del bello. Focalizzando l’attenzione sul campo artistico e musicale, il ragionamento sul giudizio estetico si complica e si arricchisce di ulteriori aspetti che contribuiscono, più o meno significativamente, all’elaborazione del giudizio: innanzitutto, bisogna tener conto del fatto che il giudizio musicale è profondamente legato alla “verbalizzazione”, con esiti spesso superficiali (ma non per questo meno importanti), legati a semplici esclamazioni di apprezzamento o di disapprovazione; ma anche quando si affronta la musica – nelle sue molteplici possibilità formali ed espressive – ad un livello più “scientifico”, non di rado si sconfina in concetti vaghi e indefiniti, in categorie di pensiero che afferiscono più alla filosofia in senso stretto che al valore artistico intrinsecamente inteso. Il processo di “ipostatizzazione” del fatto musicale, che coincide con la concretizzazione o la personificazione di valori astratti o ideali, conduce irrimediabilmente ad una “semplificazione” del linguaggio tramite cui il giudizio si esplica e quindi, indirettamente, anche del concetto a cui si riferisce.

Tutti gli aspetti legati alla percezione della musica sono, ancora oggi, oggetto di studi molto approfonditi, passando dalla psicologia, alla pedagogia, alla filosofia, alle neuroscienze: tuttavia, essa appare come soggetta ad un “compromesso” concettuale, in cui all’evocazione di un’immagine densa di significati corrisponde l’esigenza di restringerne la comprensione tramite schemi o parole di più pronta comprensione. Il giudizio viene spesso formulato anche sulla base di fattori parziali, laddove si privilegia un ragionamento di tipo “induttivo” che, muovendosi dal particolare, tenta di spiegare il generale. A tal proposito non è raro notare, nel giudizio musicale, la più o meno spiccata tendenza alla “generalizzazione”, che può condurre ad esiti non del tutto soddisfacenti. Un altro elemento di notevole importanza per la formazione del giudizio estetico è il grado di cultura del soggetto giudicante: in termini pratici, più il grado di cultura dell’individuo che formula il giudizio è alto, meno si riscontrerà nel giudizio formulato la tendenza alla “generalizzazione” cui poc’anzi si faceva cenno. Quando ci si addentra in argomenti poco noti o meno approfonditi si verifica più facilmente la connessione tra elementi eterogenei che non hanno, cioè, una reale rispondenza reciproca. In tal senso, è paradigmatico il riferimento al cosiddetto “effetto di alone”, che in psicologia indica un bias cognitivo (in altre parole una tendenza a creare la propria realtà soggettiva, non necessariamente corrispondente alla realtà evidente, muovendosi a partire da un pregiudizio) per il quale la percezione di un tratto è influenzata dalla percezione di uno o più altri tratti dell’individuo o dell’oggetto. Fu riscontrato in ambito letterario da Frederick L. Wells [Boston 1884 – Belmont 1964], ma è un concetto applicabile sicuramente anche nella sfera artistica e musicale: attraverso l’effetto di alone non si può non notare come il pregiudizio sia una componente preminente nella formulazione del giudizio estetico; al contempo, mette in evidenza il problema relativo alla definizione dell’oggetto artistico, il quale non può prescindere dal proprio contesto.

L’esperimento del 1943 ad opera di Krugmann definisce un altro aspetto molto importante attorno alle modalità di esplicazione del giudizio estetico e indebolisce la convinzione, ancora oggi (purtroppo) più o meno marcata, secondo cui la musica, in quanto linguaggio universale, non implica un apprendimento programmato, cioè modalità di acquisizione del sapere consuete e valide per altre discipline. In realtà numerosi studi affermano che l’apprendimento della musica, anche a livello nozionistico, contribuisce in maniera determinante alla formazione di un pensiero critico e quindi del giudizio musicale. Krugmann, utilizzando per il proprio esperimento brani sconosciuti, sia di musica classica che swing notò, nei tre gruppi di persone sottoposte allo studio, un rapporto positivo tra la complessità e la soddisfazione: dalla ripetizione dell’esperimento Krugmann registrò non solo un aumento significativo del piacere di ascolto, ma dedusse che un brano di musica swing (dotato di una forma più semplice e quindi più comprensibile) richiede un minore dispendio di energia nell’apprendimento rispetto ad un brano di musica classica e che, di conseguenza, il gusto e le preferenze degli ascoltatori si direzionino verso quel preciso genere.

L’attività di ricerca sul piano metodologico è in continua evoluzione e, ancora oggi, la gran parte delle domande sull’elaborazione del giudizio non trova risposte concrete. In precedenza si è detto come il contesto a cui un’opera appartiene ne determini il giudizio di valore e l’esperimento di Krugmann denuncia, tra le altre cose, l’effetto di “saturazione” che si riscontra nel ripetuto ascolto di una composizione, specialmente nel caso della musica leggera dove le strutture non manifestano particolari complessità. Questa considerazione vale, ovviamente, anche nell’ambito della musica classica: pur ribadendo la convinzione concettuale che il giudizio estetico debba fondarsi prima di tutto nell’oggetto stesso, non si può trascurare come certa musica si sia, nel tempo, “logorata” attraverso ripetizioni e riproposizioni nei vari programmi concertistici. Ma la provvisorietà dei sistemi valoriali di un’epoca o di una cultura ci suggerisce una prospettiva interessante: il bello si sottrae a qualsiasi tipo di assolutizzazione e ciò costituisce una parte importante del suo valore, perché non esiste – a conferma della tesi kantiana del rapporto tra il soggetto e l’oggetto sensibile cui si faceva cenno all’inizio della trattazione – un sistema di valori che sia applicabile in eterno.

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