Ascoltando il brano “Sakura” è difficile non rievocare alla mente certe xilografie o cicli pittorici di matrice orientale: un vasto prato fiorito, un gruppo di musicisti all’ombra di un imponente ciliegio in fiore. E il titolo del brano, che in giapponese significa proprio “Fiori di ciliegio”, incarna perfettamente (anche attraverso il testo, semplice e privo di “arditezze” linguistiche ma non per questo meno efficace nel descrivere tali immagini) luoghi, sensazioni, atteggiamenti, forme artistiche certamente lontane da noi e dalle concezioni occidentali, ma soprattutto per queste ragioni affascinanti.
Una versione esclusivamente strumentale e in una rielaborazione di ispirazione “cameristica” quella proposta nel link in fondo a questa pagina, eseguita da un complesso strumentale formato da più koto.
Il koto (raffigurato nell’immagine) è uno strumento tradizionale giapponese, cordofono appartenente alla famiglia delle cetre e caratterizzato da ponticelli mobili che modificano l’accordatura dello strumento e quindi il modo. Il brano in questione, per esempio, è costruito su una scala pentatonica giapponese basata sul modo minore naturale; tale modo, in giapponese, è identificato attraverso il termine Kumoijoshi che gli conferisce, appunto, un tratto armonico-melodico tipicamente asiatico. Il brano, monotematico, fu composto durante il periodo Edo giapponese, compreso tra il 1603 e il 1886 e nasce ad uso pedagogico, per bambini e/o principianti del koto. In epoca successiva, durante il periodo Meiji, divenne molto popolare, fino a diventare uno dei brani più rappresentativi della cultura giapponese non solo in patria, ma anche in ambito internazionale. Si tratta, dopo tutto, di una vera e propria canzone popolare.

Nella versione di ascolto proposta, è possibile individuare delle vere e proprie sezioni: dopo una breve introduzione – poche battute di carattere improvvisativo – che consente all’ascoltatore di addentrarsi nelle sonorità del brano, ha inizio la prima parte con l’esposizione del tema; subito dopo esso viene ripresentato ma con alcune variazioni melodiche, simili a degli abbellimenti e con un carattere più marcato e “acceso”; quando il tema viene eseguito per la terza volta si percepisce il raddoppio dell’ottava (intervallo significativo per molte culture musicali, nonché fondamento e principio di tutta la musica occidentale ab initio); nella quarta e ultima sezione si avverte una sorta di sintesi tra la prima e la seconda sezione, ovvero tra il tema vero e proprio e la sua versione “variata”. Il brano termina con una breve coda dalle caratteristiche simili a quelle dell’introduzione, con arpeggi dal tratto conclusivo e un piccolo accenno di rallentando.
Il ritmo è quaternario, regolare; l’andamento agogico è moderato e si presta ad un’esecuzione di carattere riflessivo, a tratti malinconico ma non priva di un’espressività solenne e cadenzata. Anche a livello melodico si possono formulare alcune piccole considerazioni: innanzitutto, l’assoluta centralità di registro su cui si articola il tema, dove non prevalgono né suoni acuti né gravi, un elemento in più che giustifica la natura vocale del brano; in secondo luogo, alcuni rapporti intervallari all’interno del tema (ad esempio l’intervallo di tritono che si avverte nella quarta battuta e anche successivamente) che meglio identificano il sistema armonico-scalare su cui è costruito il brano (basta osservare la trasposizione del modo a partire dal do centrale che contempla la presenza del fa diesis); a parte le sezioni centrali, in cui dinamicamente si registra una più marcata espressione della melodia, tutto il brano si attesta sulla dinamica del piano/mezzo piano e mancano andamenti dinamici contrastanti o eventi sonori improvvisi. Tutta la composizione, in ultima analisi, è attraversata da uno stato di maestosa quiete.
Pur se distanti dalle nostre forme e dalle sonorità a cui siamo avvezzi, l’approfondimento di brani che individuano culture e sistemi musicali diversi da quelli occidentali rappresenta un terreno di analisi fertile, ricco di spunti per il rinnovamento del linguaggio musicale stesso. È sempre più forte il convincimento secondo cui non può non esistere, a maggior ragione nel tempo in cui viviamo, una discussione complessiva circa l’espressione musicale, attraverso tutte le epoche e tutte le culture; nella speranza che, in futuro prossimo, ragionare intorno alle “Musiche” invece che intorno alla “Musica”, rappresenti una fruttuosa sfida per l’avvenire.

Link al brano “Sakura”: https://youtu.be/AK51LblcEOw
Testo del brano in Romaji e in traduzione italiana (da Wikipedia)
Sakura sakura
noyama mo sato mo
mi-watasu kagiri
kasumi ka kumo ka
asahi ni niou
sakura sakura
hana zakari
sakura sakura
yayoi no sora wa
mi-watasu kagiri
kasumi ka kumo ka
nioi zo izuru
izaya izaya
mini yukan
Fiori di ciliegio, fiori di ciliegio
nelle montagne selvagge, nei villaggi,
fin dove la vista si estende.
Nebbia? Nuvole?
Nel sole nascente, profumati.
Fiori di ciliegio, fiori di ciliegio
fiori in pieno boccio.
Fiori di ciliegio, fiori di ciliegio
lungo il cielo di primavera
fin dove la vista si estende.
Nebbia? Nuvole?
Fragranti nell’aria
Vieni, vieni!
Andiamo a vederli!


